Diventare O. Bion, Keats e l’arte di non capire subito

Un viaggio nel tempo e nelle idee a cavallo dei concetti di O e di capacità negativa – tra Bion, Keats, la Klein, Moreno e Foulkes – per capire che non capire subito è un’arte irrinunciabile
Violeta Raileanu
Un battistrada da presentare

Wilfred Bion
Nel suo articolo Keats nella fMRI Massimo Morelli nomina Wilfred Bion tra i battistrada della negative capability, accanto a Walter Benjamin, e lo fa con una curiosità che nel mio amico conosco bene: quella di chi incontra Bion per la prima volta e ne resta un po’ stregato. Mi ha chiesto di raccontare qualcosa di più su quella strana lettera, la O, e accetto volentieri, anche perché nel nostro lavoro di psicologi e psicoterapeuti Bion è una presenza quotidiana, spesso silenziosa. La O non nasce dal nulla. È il punto d’arrivo di un percorso lungo quasi trent’anni, che parte dai gruppi di soldati durante la seconda guerra mondiale e arriva agli scritti sulla tecnica analitica degli anni Settanta. Vorrei provare a ripercorrerlo, perché credo che solo seguendo la strada si capisca perché Bion, a un certo punto, abbia avuto bisogno di Keats. Prima di cominciare vorrei presentarvi L., che ci accompagnerà lungo queste pagine. L. non esiste: è la somma di molti ragazzi e ragazze tra i venti e i trent’anni che ho incontrato nel mio studio, e ha qualcosa di ciascuno senza essere nessuno di loro. L. arriva quando non ce la fa più. È finita una storia d’amore, o gli esami sono fermi da mesi, o da qualche settimana ha attacchi di panico che non sa spiegarsi. Ha cercato su internet e ha un’ipotesi su che cosa gli stia succedendo. Forse ha già provato una terapia e non si è trovato. Arriva in studio e chiede qualcosa di concreto, possibilmente in tempi brevi: tecniche per l’ansia, un modo per ripartire, un raggio di speranza. E porta con sé una sensazione che torna quasi sempre, quella di essere in ritardo.
Il gruppo che non sopporta di non sapere

Bion Esperienze nei Gruppi
Bion era uno psicoanalista inglese di formazione kleiniana, analizzato direttamente da Melanie Klein, la pioniera che nei primi decenni del Novecento aveva portato la psicoanalisi ai bambini, anche nei primissimi anni di vita, quando quasi nessuno la praticava. Durante la seconda guerra mondiale, come medico all’ospedale militare psichiatrico di Northfield, Bion si trovò a lavorare con piccoli gruppi di soldati. Lo scopo non era propriamente terapeutico: Bion non poteva soffermarsi sulla cura, perché aveva il compito di rimettere i soldati in condizione di combattere. L’esperienza durò poco e non fu indolore, c’è chi lo accusò di aver riprodotto in ospedale il clima della guerra. Ma da lì nacquero le osservazioni poi raccolte in Esperienze nei gruppi (1961), che restano una pietra miliare per chiunque studi ciò che accade quando delle persone si riuniscono in gruppo. Chi viene come me dallo psicodramma non può leggere questa storia senza pensare a Jacob Levi Moreno, che circa trent’anni prima, a Vienna, aveva scoperto il gruppo in luoghi altrettanto lontani dal comodo lettino dello psicoanalista. Nel 1913, con un medico e un giornalista, aveva cominciato a riunire le prostitute dello Spittelberg (storicamente il quartiere viennese dei bordelli e della vita notturna più trasgressiva) in piccoli gruppi in cui si aiutavano a vicenda: uno dei primi esempi di quella che poi si sarebbe chiamata psicoterapia di gruppo. Durante la prima guerra mondiale, come medico nel campo profughi di Mitterndorf, aveva osservato che la convivenza forzata diventava più sopportabile se le persone potevano scegliere con chi abitare, ed è qui che assistiamo alla nascita della sociometria. Anche Moreno, come Bion, impara il gruppo dagli ultimi e in tempo di guerra; e prima ancora l’aveva

Jakob Levy Moreno
imparato dai bambini che giocavano nei giardini di Vienna. Non dai manuali. Le strade prese dai due grandi pionieri della terapia di gruppo guardano però in direzioni diverse. Bion osserva soprattutto ciò da cui il gruppo si difende, mentre Moreno cerca la creatività e la spontaneità, cioè la capacità di dare una risposta nuova a una situazione nuova, o una risposta nuova a una situazione antica. Ed è qui che mi pare di vedere una parente stretta della capacità negativa: per essere spontanei bisogna prima rinunciare alla risposta già pronta, a quella che Moreno chiamava la conserva culturale. Per Moreno la conserva culturale è il prodotto finito di un atto creativo, che si cristallizza in una forma stabile e ripetibile, come potrebbe essere un libro, una sinfonia, un rito, ma anche un’abitudine o un ruolo recitato sempre allo stesso modo. Le conserve sono indispensabili, perché custodiscono ciò che la creatività ha prodotto e ci evitano di dover reinventare tutto ogni volta. Diventano un problema quando prendono il posto dell’atto vivo e si risponde al presente con qualcosa di già confezionato. Il ciclo sano, per Moreno, va dalla spontaneità alla creatività alla conserva, e da lì di nuovo alla spontaneità. Non è lontano da ciò che Bion dirà di memoria e desiderio, vale a dire che anche il sapere già posseduto, se occupa tutto lo spazio, impedisce di incontrare quello che sta accadendo. La prima distinzione che Bion introduce è quella tra aggregato e gruppo. L’aggregato è un insieme di individui oggettivamente esistente, che si può osservare e contare. Il gruppo invece è il prodotto di un’attività mentale, un’elaborazione in gran parte fantasmatica che si produce in chiunque, nella vita sociale, si confronti con gli altri. In ogni gruppo convivono due livelli: c’è il gruppo di lavoro, conscio e razionale, orientato al compito che si è dato e poi c’è una mentalità più profonda, dominata da fantasie cariche di emozione che Bion chiama assunti di base. Gli assunti di base sono tre. Nella dipendenza il gruppo si riunisce per ricevere nutrimento e protezione da un leader che sa; nell’attacco-fuga si organizza per combattere o evitare un nemico, che spesso non esiste concretamente ma è solo fantasmatico; nell’accoppiamento vive nell’attesa che dall’incontro tra due membri nasca un salvatore, un’attesa messianica che per funzionare deve restare tale, perché il Messia non deve arrivare mai. Dei tre è forse il più subdolo: la speranza ha l’aria di una virtù, e invece tiene il gruppo in un’attesa perenne, lontano dal lavoro sul presente. A tenere insieme il gruppo in queste fantasie è una collusione inconsapevole che Bion chiama, con una metafora presa dalla chimica, valenza. C’è un aspetto degli assunti di base che mi sembra decisivo per il nostro discorso. Nella mentalità di gruppo, dominata dagli assunti di base, non esistono concetti come il tempo o lo sviluppo. Quei concetti appartengono alla realtà, e gli assunti di base con la realtà hanno un rapporto soltanto parziale: rispondono alle ansie che la vita di gruppo mobilita. Se proviamo a leggerli con gli occhiali di Keats, gli assunti di base sono tre modi di chiudere troppo presto. Il gruppo non tollera di non sapere come andrà a finire, e allora si affida a qualcuno che sa, trova un nemico che spiega tutto, o rimanda la soluzione a un futuro salvifico che non viene mai. Torniamo a L. La sua domanda è del tutto legittima, e sarebbe ingiusto leggerla come un sintomo: quando si sta male si vuole stare meglio, e subito. Ma è anche, in piccolo, un assunto di dipendenza. Da qualche parte c’è qualcuno che sa, e il mio compito sarebbe consegnargli quel sapere sotto forma di tecnica o di diagnosi. La diagnosi trovata online funziona un po’ come il leader del gruppo bioniano: dà un nome, un’appartenenza, a volte perfino una comunità di persone con la stessa etichetta. Chiude il discorso, e chiudere dà sollievo.
Pensare è trasformare

Bion Apprendere dall’Esperienza
Negli anni Sessanta Bion lascia progressivamente i gruppi e si dedica alla domanda che lo accompagnerà per il resto della vita: come nasce il pensiero? In Apprendere dall’esperienza (1962) propone un modello che ancora oggi usiamo ogni giorno nella stanza di terapia. All’inizio ci sono gli elementi beta: impressioni sensoriali ed emozioni allo stato grezzo, non ancora pensabili, che la mente non può usare e può soltanto evacuare. Perché diventino pensiero serve una funzione alfa, capace di trasformarli in elementi alfa, materiale che si può sognare, ricordare, collegare. Nel neonato questa funzione non c’è ancora. La presta la madre, che accoglie le angosce del bambino, le tiene dentro di sé senza esserne travolta e gliele restituisce in una forma più digeribile. Bion chiama rêverie questo stato di disponibilità, e descrive la relazione tra i due come quella tra un contenitore e un contenuto. Qui mi permetto una piccola precisazione rispetto all’articolo di Massimo Morelli, che definisce la rêverie il prototipo neurologico della capacità negativa. Per Bion la rêverie è una funzione psichica e relazionale, non neurologica: esiste tra due menti prima che dentro un cervello. Non è un dettaglio pedante, perché è proprio ciò che rende questo modello così prezioso per la clinica. La capacità di tollerare ciò che non si capisce non è una dote individuale ma qualcosa che si impara per averla ricevuta. Quando L. racconta i suoi attacchi di panico, faccio fatica a non pensare agli elementi beta. C’è qualcosa che non è ancora un pensiero, che non ha ancora parole, e che il corpo prova a evacuare come può. L. vorrebbe che sparisse, ed è comprensibile. Io invece al sintomo do molto spazio, e lo rispetto e non perché la sofferenza vada coltivata, ma perché il sintomo è spesso la prima cosa che costringe una persona a prestare attenzione a se stessa, al proprio corpo, al respiro, a ciò che accade nel qui e ora. Ogni sintomo, per dirla con Lacan, vuole dirci qualcosa, e prima di eliminarlo vale la pena interrogarlo. In questo senso il panico è già, paradossalmente, una porta sul presente, l’unico luogo in cui qualcosa può cominciare a diventare pensabile. C’è poi un secondo concetto che credo interessi molto chi ha letto Keats nella fMRI. Riprendendo le posizioni kleiniane, Bion descrive il pensiero come un’oscillazione continua tra due stati. Nel primo (PS, da schizoparanoide) gli elementi sono dispersi, frammentati, privi di un ordine. Nel secondo (D, da depressivo) si ricompongono in una configurazione dotata di senso. Il passaggio avviene quando emerge quello che Bion, prendendo in prestito un’espressione del matematico Henri Poincaré, chiama fatto scelto: un elemento che all’improvviso fa precipitare la dispersione in una forma. Poi la forma si scioglie di nuovo, e il ciclo ricomincia. Massimo conclude il suo pezzo definendo l’esperienza estetica come un ordine parziale, più comprensibile del caos e più ricco della spiegazione esaustiva. L’oscillazione dalla posizione schizoparanoide a quella depressiva ne è quasi la descrizione clinica come un ordine che si forma senza chiudersi mai del tutto.
Senza memoria e senza desiderio

Wilfred Bion, Note su Memoria e Desiderio
Nel 1967 Bion pubblica un testo brevissimo, poche pagine, che ha fatto discutere gli analisti per decenni: Note su memoria e desiderio. La proposta è radicale: l’analista dovrebbe entrare in seduta sgombro dal ricordo delle sedute precedenti e da ogni desiderio, compreso quello, apparentemente virtuoso, che il paziente guarisca. Memoria e desiderio, sostiene Bion, occupano lo spazio mentale con ciò che già si sa o con ciò che si vorrebbe, e impediscono di vedere ciò che sta accadendo adesso, nella stanza, che è sempre qualcosa di nuovo e sconosciuto. A prima vista sembra un salto rispetto ai gruppi di Northfield, ma a me pare piuttosto la maturazione di un’intuizione che c’era già. Anche lì Bion si muoveva rigorosamente nel qui e ora, lasciando fuori il passato dei partecipanti e la loro vita esterna al gruppo. È una delle differenze sostanziali con Siegmund Heinrich Foulkes, il fondatore della gruppoanalisi, che arrivò a Northfield dopo di lui e che quella storia, invece, non la escludeva. Nel 1967 lo stesso principio diventa una disciplina interiore dell’analista. Qui sta, per me, lo spartiacque. Sia l’assunto di base sia la disciplina analitica sospendono il tempo, ma in direzioni opposte. Il gruppo in assunto di base abolisce passato e futuro per non sentire l’incertezza del presente, rifugiandosi in una fantasia onnipotente. L’analista rinuncia a memoria e desiderio per fare esattamente il contrario: esporsi al presente senza protezioni, anche quando non capisce. Nel primo caso la sospensione è una fuga dalla realtà, nel secondo è il modo più radicale di incontrarla. L. vive le sue giornate con una scadenza addosso: si sente sempre in ritardo. Si confronta di continuo con gli altri: sugli esami, sugli amici, sulle tappe che a una certa età si dovrebbero aver raggiunto, e che i genitori preoccupati non mancano di ricordargli. Perfino sull’amore, con il timore di essere diverso se una relazione non arriva, se non ha ancora baciato nessuno, se non ha una relazione sentimentale e sessuale stabile. Il ritardo è un modo di vivere il presente misurandolo su un futuro già scritto; in termini bioniani è desiderio allo stato puro. Ma il desiderio più insidioso, nella stanza di terapia, è il mio: che stia meglio presto, che ogni seduta “serva”, che una terapia basti. È un desiderio buono, e proprio per questo difficile da riconoscere. Se lo seguissi finirei per offrirgli una risposta, e la stanza diventerebbe un altro luogo in cui il non sapere viene chiuso in fretta.
La O, ovvero conoscere e diventare

Wilfred Bion, Trasformazioni
La O compare in Trasformazioni (1965). Bion la usa per indicare la realtà ultima dell’esperienza, ciò che accade davvero in una seduta, al di là di tutto ciò che possiamo dirne. Elenca lui stesso i nomi che avrebbe potuto usare (verità assoluta, realtà ultima, infinito, divinità, cosa in sé) e li scarta tutti. Come ricorda giustamente Massimo Morelli nel suo articolo, ognuno di quei nomi avrebbe riempito il concetto di significati già pronti. Una lettera vuota invece resta aperta: è un segnaposto per ciò che non si lascia afferrare. La distinzione cruciale è tra due tipi di trasformazione. C’è la trasformazione in K (da knowledge): conoscere intorno a qualcosa, descriverlo, spiegarlo, interpretarlo. È il lavoro normale e indispensabile della mente, anche di quella dell’analista. E c’è la trasformazione in O, che non è un sapere ma un divenire. Di O non si può avere conoscenza, si può soltanto diventarla, esserne attraversati. Bion arriva a dire che un’interpretazione davvero efficace nasce solo quando l’analista ha lasciato che l’esperienza della seduta lo trasformasse, prima di poterla pensare e dire. Keats entra in scena in Attenzione e interpretazione (1970). Bion riporta per intero il passo della lettera ai fratelli del dicembre 1817, quello che Massimo cita in apertura del suo pezzo, e lo mette al centro della sua riflessione sulla tecnica. Non è una citazione ornamentale. Nella lettera Keats si chiedeva quale qualità facesse un uomo capace di realizzare qualcosa, soprattutto in letteratura, e indicava Shakespeare come il suo esempio più alto. Bion prende quella domanda e la porta nella stanza d’analisi: la capacità di restare nell’incertezza senza affannarsi a chiuderla diventa la condizione per accedere a O. Nello stesso libro, alla rinuncia a memoria e desiderio aggiunge quella alla comprensione. Ma la capacità negativa, per Bion, non è resa né abbandono al caos. È sostenuta da quello che lui chiama atto di fede, indicato con la lettera F, che non ha nulla di religioso: è la disposizione a credere che ci sia una realtà da incontrare anche quando non la si vede ancora, e che qualcosa, a suo tempo, prenderà forma. Massimo parla di una fiducia di fondo che il significato emergerà. È esattamente questo, e trovo bello che un poeta e uno psicoanalista, a un secolo e mezzo di distanza, abbiano descritto la stessa postura.
Keats nella fMRI, Bion no
Arrivati qui, vorrei ritornare all’articolo da cui siamo partiti in questa breve disamina. Massimo scrive che Bion, trasformando una nozione poetica in una capacità funzionale osservabile clinicamente, avrebbe aperto la strada al lavoro delle neuroscienze. Per la capacità negativa sono d’accordo, e trovo esemplari le cautele con cui lui stesso maneggia i dati, dall’inferenza inversa ai campioni troppo piccoli. La capacità di sostare nell’incertezza è una funzione della mente, e le funzioni hanno correlati che si possono cercare, almeno in parte. Con la O il discorso cambia. La O è per definizione ciò che nessuna trasformazione in K può catturare, e un’immagine di risonanza magnetica, per quanto raffinata, resta un atto di conoscenza intorno a qualcosa. Non lo dico come obiezione: mi sembra piuttosto una divisione del lavoro. Le neuroscienze possono descrivere le condizioni del non chiudere, quali reti si attivano, quali si quietano, in che equilibrio. Bion prova a dire che cosa si incontra quando non si chiude. Le due cose non si escludono, ma non si sovrappongono. Da qualche anno, nella mia stanza, ho l’impressione che per molti giovani adulti l’incertezza sia diventata più difficile da abitare: la paura del futuro, la sensazione di essere in ritardo, l’ansia che troppo spesso esplode in panico. Non che i giovani manchino di risorse, anzi. Nella mia esperienza sono molto motivati, capiscono in fretta, si mettono in gioco e hanno una grande capacità empatica. Ciò che sembra loro insopportabile è l’attesa. Non so se si tratti di una tendenza generazionale, e diffido delle diagnosi di un’epoca fatte da una sola stanza. Qualche ipotesi però mi sembra plausibile: risposte sempre a portata di mano, l’autodiagnosi online, un mondo in cui l’attesa viene vissuta come un malfunzionamento. In termini bioniani, la mente trova ovunque occasioni per saturare subito il non sapere, e sempre meno spazi in cui lasciarlo aperto. Chiudo con una nota dalla pratica, e torno per l’ultima volta a L., che come sapete è la somma di molti miei pazienti. La sua richiesta di capire subito era comprensibilissima. La tentazione di rispondere è forte, anche per chi siede dall’altra parte.

René Magritte, Le Double Secret
Nello psicodramma, la mia formazione, c’è una tecnica che amo molto, il doppio: qualcuno si mette accanto al protagonista e dà voce a ciò che lui non riesce ancora a dire. Il protagonista può riconoscersi o rifiutare, ma in entrambi i casi qualcosa che era solo sentito diventa pensabile. Mi sembra una delle forme più concrete di rêverie che conosca. Anche lì, per funzionare, chi fa il doppio deve rinunciare a sapere in anticipo cosa dirà. Deve lasciarsi attraversare, per un momento, da qualcosa che non è suo e che non capisce ancora del tutto. Con L. il momento in cui qualcosa si è mosso non è stato quello in cui abbiamo trovato la risposta, ma quello in cui la domanda ha smesso di avere fretta. Un giorno, a metà seduta, ha detto che forse non gli interessava più sapere come si chiamasse quello che aveva, e che forse non era in ritardo su niente. Non era una risposta, e non era nemmeno una rinuncia. Era, credo, l’inizio della capacità di sostare. Forse è questa la lezione che Bion ha preso da Keats: non capire subito non è un difetto da correggere. È, a volte, l’unico modo per capire davvero.
Riferimenti
Bion W. R., Experiences in Groups, Tavistock, London 1961; trad. it. Esperienze nei gruppi, Armando, Roma, ed. 2009.
Bion W. R., Learning from Experience, Heinemann, London 1962; trad. it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma.
Bion W. R., Transformations, Heinemann, London 1965; trad. it. Trasformazioni, Armando, Roma.
Bion W. R., Notes on Memory and Desire, The Psychoanalytic Forum, 1967.
Bion W. R., Attention and Interpretation, Tavistock, London 1970; trad. it. Attenzione e interpretazione, Armando, Roma.
Civitarese G., Esperienze nei gruppi come chiave per comprendere l’“ultimo” Bion, Gruppi/ Groups, FrancoAngeli, 2/2021.
Hinshelwood R. D., Quanto era foulkesiano Bion?, Funzione Gamma, trad. di F. Vasta.
Keats J., lettera ai fratelli George e Tom, dicembre 1817.
Morelli M., Keats nella fMRI, Circolo Filosofia della Mente, 2026.
