Non è un paese per pipistrelli

Carlo Rovelli tiene un pipistrello per le zampe
Published On: 9 Aprile 2026Categories: Materiali

Nel suo Sull’eguaglianza di tutte le cose, Carlo Rovelli si dedica finalmente in modo esplicito alla filosofia accanendosi sia contro il dualismo ontologico di ascendenza cartesiana, sia contro la solo apparentemente più ragionevole dual aspect theory di Thomas Nagel.

Massimo Morelli

Copertina di What is it like to be a bat di Thomas NagelPotrò apparire sacrilego, ma a me il celebre What is it like to be a bat di Thomas Nagel non ha mai convinto. L’ho riletto  un paio di volte – ammetto, con una certa fatica – e l’ho sempre trovato un po’ confuso, involuto e in fin dei conti fuorviante. A me la sua irriducibilità dell’esperienza soggettiva all’analisi delle scienze fisiche è sempre parsa per certi versi scontata e per altri inesatta, ma – e qui devo confessare una mancanza – mi sono sempre accontentato di impressioni, come dire, istintive, senza mai prendermi la briga di approfondire e capire perché le congetture legate al pipistrello nageliano non mi convincessero. Pensavo anche che se quel saggio ha avuto il successo che ha avuto qualche merito doveva pur averlo, e quindi probabilmente non avevo capito bene io; tuttavia non ho mai avuto il tempo (e la voglia) di capire esattamente cosa non avessi capito. Detta altrimenti, ho sempre pensato di aver meglio da fare.
Tra l’altro, nel logo del Circolo Italo-Scozzese di Filosofia della Mente appare appunto un pipistrello stilizzato nella classica posa a testa in giù proprio in ossequio al saggio di Nagel, per il quale in realtà almeno uno dei fondatori non ha alcuna predilezione. Mettiamola così: personalmente ho molta più simpatia per il pipistrello come animale ‘filosofico’ per se, proprio in quanto esperisce il mondo in modo radicalmente diverso da noi, di quanta non ne abbia per il celeberrimo saggio nageliano.

Copertina di 'Sull'eguaglianza di tutte le cose' di Carlo RovelliPoi, finalmente, l’illuminazione. O quasi. Leggendo l’ultimo saggio di Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose, ho finalmente capito perché What is it like to be a bat non mi ha mai entusiasmato. E il tutto abbastanza a gratis, senza dovermi sforzare granché. Non ci faccio un figurone, lo so, ma le cose stanno così e tanto vale dichiararle senza reticenze. Oggi molti dei filosofi più interessanti in circolazione non sono filosofi ‘professionisti’, ma cultori di altri saperi verticali che grazie al loro straordinario sviluppo offrono meravigliosi spunti all’analisi filosofica. Si tratta appunto di fisici (Rovelli, appunto, ma anche Roger Penrose, David Deutsch, per citare solo alcuni nomi), di matematici (René Thom, Alain Connes, Hilary Putnam…) neuroscienziati (Karl Friston, Vilanayur Ramachandran, Georg Northoff e naturalmente il nostro Vittorio Gallese), antropologi (Gregory Bateson, Tim Ingold, Bruno Latour…), etologi (naturalmente Frans De Waal, ma anche Marc Bekoff, Roberto Marchesini e altri), e si potrebbe continuare… Ripetiamo quanto già detto in sede di presentazione del Circolo Italo-Scozzese di Filosofia della Mente: se è vero che i filosofi sono coloro che lavorano a costruire e perfezionare sempre nuove e più significative visioni del mondo, allora è chiaro che in tale categoria non rientrano solo i filosofi ‘professionisti’.

Ma torniamo a Nagel, perché prima di parlare della critica che gli muove Rovelli è utile riassumere a grandi linee il suo pensiero. L’allievo di John Rawls, professore a Berkeley e Princeton, se la prende con i fautori del riduzionismo fisicalista, ovvero coloro – e non sono pochi – i quali pensano che la coscienza, la vita mentale e le esperienze soggettive di un individuo siano tutte spiegabili, ricostruibili a partire da processi fisici del corpo umano e in particolare del cervello. Il problema mente-corpo non ha mai suscitato particolari entusiasmi tra i filosofi ‘continentali’, mentre quelli di matrice anglosassone, e in particolare americani, ne vanno ghiotti. Ci si sono tuffati a capofitto, e Nagel non ha fatto eccezione. Americani e inglesi  hanno una vera ossessione per il problema mente-corpo, e sarebbe interessante chiedersi il perché, anche e soprattutto a livello di complessione psicologica collettiva. Il dibattito è pieno di sfumature aggrovigliate, ma in buona sostanza le due fazioni che si scontrano nell’arena filosofica possono essere definite come ‘fisicalisti’ da una parte e ‘antifisicalisti’ dall’altra. Nagel appartiene più o meno a quest’ultimo gruppo (le sfumature qui contano, e sono quaswi infinite), mentre tra gli obiettivi privilegiati dei suoi strali anti-fisicalisti possiamo citare Daniel Dennett (che a sua volta, nel suo Consciousness Explained, ha criticato con vigore le argomentazioni di Nagel), e poi la coppia di coniugi terribili Paul e Patricia Churchland.

Prima di proseguire sintetizzando le argomentazioni di Nagel contro il fiscalismo riduzionista, vorrei fare un piccolo passo indietro ricordando che in storia della filosofia la questione di cui stiamo parlando risale nientemeno che a Galileo, il quale , invaghito dalle meravigliose prerogative dell’algebra, aveva affermato che se si ambisce a conseguire una conoscenza certa dei fenomeni naturali, bisogna limitarsi a indagare i soli aspetti quantitativi dei medesimi, che si riducono poi a quattro: dimensione, forma, posizione e movimento. E tutto il resto? Degli aspetti qualitativi dei fenomeni – quelli che oggi i filosofi chiamano qualia, come i colori, i profumi, le emozioni e i sentimenti – di tutte le esperienze soggettive cosa dovremmo farne? Galileo pensava che  le esperienze soggettive appartengano a un altro regno, quello dell’anima incorporea, in merito alla quale non è possibile avere conoscenze certe come accade con gli aspetti quantitativi. Di solito quando parliamo del tanto esecrato ‘dualismo’ tra mente o anima da un lato e corpo dall’altro, ce la prendiamo con Cartesio, ma il vero untore, colui che inoculò il virus nel corpaccione bernoccoloso del pensiero occidentale fu senz’altro Galileo.
Sono passati molti secoli e le argomentazioni di Nagel tutto sommato riecheggiano quelle di Galileo, ma da un punto di vista diverso, sostenendo cioè che non è possibile spiegare le esperienze soggettive in termini di processi fisici esprimibili quantitativamente. Nagel non parla di anima incorporea perché non va più di moda, e preferisce sostituire il termine ‘anima’ con quello di ‘coscienza’ senza peraltro contribuire a ridimensionare le ambiguità semantiche collegate.

Ma veniamo appunto alle argomentazioni sviluppate dal filosofo serbo-americano in What is it like to be a bat. Sarò molto conciso, ma spero corretto e comprensibile. Come già detto, Nagel si oppone al riduzionismo fiscalista secondo il quale tutte le cosiddette ‘esperienze soggettive’, ovvero tutti i fenomeni mentali come pensieri, sensazioni e sentimenti coscienti, sono perfettamente spiegabili in termini di processi fisici che hanno luogo nel sistema nervoso centrale. Ebbene, cosa oppone Nagel a questa visione di matrice scientista? Egli sostiene che la chiave di tutto consiste nel focalizzarsi sul carattere ‘soggettivo’ delle esperienze coscienti. Mentre le scienze fisiche si concentrano sui fenomeni oggettivi, misurabili, e quindi direttamente condivisibili da molte persone, i fenomeni mentali sono soggettivi e quindi non-oggettivi, non misurabili e non direttamente condivisibili da una molteplicità di persone. Se sono condivisibili lo sono soltanto attraverso la mediazione di sistemi di comunicazione simbolica come il linguaggio naturale, senza mai avere garanzie definitive sull’efficacia dei processi. Detta altrimenti, se un essere è cosciente, è contraddistinto da un punto di vista personale, per l’appunto soggettivo, che in ultima analisi non può mai essere reso completamente oggettivo, misurabile e condivisibile.
Per illustrare meglio questo punto, Nagel ricorre alla locuzione ‘What it’s like’, ‘com’è essere’ questo o quell’altro essere cosciente. Com’è essere Massimo, com’è essere Adriana, Luca, Paolo? Qual è il punto di vista attraverso il quale codesti ‘soggetti’ interpretano il mondo? Con esattezza non lo sapremo mai. Le neuroscienze parlano di theory of mind per riferirsi a quella facoltà empatica che rende capaci noi essere umani di indovinare cosa passa nella testa degli altri individui. È una capacità sorprendente, ma ben lungi dall’essere infallibile. Un punto da sottolineare è che ha senso porsi questa domanda (What it’s like to be…?) solo nel caso di esseri che si presumono dotati di una qualche forma di coscienza o consapevolezza: di una pietra o di una tapparella non ci chiediamo come ci si possa sentire essendo una pietra o una tapparella, e non ha senso proprio perché, per quanto ne sappiamo, pietre e tapparelle non sono esseri coscienti o se lo sono lo sono in forme e modalità molto diverse dalle nostre.

E qui entra in scena il nostro amato pipistrello. Se conoscere il punto di vista di un altro uomo è già molto difficile, figuriamoci nel caso di un’altra specie animale, in particolare una specie che si rapporta col mondo in modo diversissimo dal nostro come quella dei pipistrelli. Com’è noto i pipistrelli passano gran parte del loro tempo guardando il mondo a testa in giù e si muovono facendo affidamento non alla vista ma a un complesso sistema di eco ultrasonici chiamato ‘eco-locazione’. Per questo e altri motivi, il pipistrello è un animale molto diverso da noi e per quanto ci sforziamo ci è letteralmente impossibile immaginare come percepisca il mondo e si orienti in esso. Coi pipistrelli, la theory of mind sembra irrealizzabile.
Secondo Nagel possiamo ipoteticamente anche possedere una conoscenza scientifica completa sui sistemi biologici che caratterizzano i pipistrelli, ma tale conoscenza resterà sempre incompleta, non esaustiva , perché non potremo mai sapere esattamente ‘cosa si prova’ ad essere un pipistrello. Ecco, il punto è proprio questo, nel caso degli esseri senzienti, coscienti, le conoscenze scientifico-fisiche risultano sempre incomplete perché non includono la conoscenza delle esperienze soggettive, qualitative, i famosi ‘qualia’. In quanto ‘soggettive’ tali esperienze sono appannaggio esclusivo degli esseri che le esperiscono, e di nessun altro.
In fin dei conti è un ragionamento molto simile a quello del celebre esperimento mentale della ‘stanza di Mary’, proposto dal filosofo Franck Jackson nel 1982. L’esperimento è il seguente: proviamo a immaginare che la povera Mary (questi esperimenti mentali, non si sa perché, hanno quasi sempre un carattere vagamente sadico) sia una ragazza che ha passato tutta la sua vita all’interno di una stanza in cui sono presenti solo oggetti in bianco, nero e varie sfumature di grigio. Altri colori non ne ha mai visti in vita sua. In questo tempo di bicromia coatta, tuttavia, Mary non è stata con le mani in mano e ha studiato tutto quello che c’era da sapere in termini di fisica, di psicologia cognitiva, di neuroscienze e altro ancora, sullo spettro dei colori percepibili dagli esseri umani come lei. È divenuta un pozzo di scienza, e si è convinta di sapere tutto sull’argomento. Su quest’ultimo punto, tuttavia, ha modo di ricredersi quando finalmente, per motivi ignoti, i suoi sadici carcerieri le consentono di uscire ed esperire colori diversi dal bianco, nero e grigio. In quell’esatto momento Mary comprende che la sua conoscenza precedente era in realtà incompleta perché priva dell’esperienza soggettiva dei colori come il rosso del sangue, il giallo canarino dei limoni, o il viola acceso di certi paramenti ecclesiatici. Il punto è lo stesso del pipistrello di Nagel, ovvero l’incompletezza della conoscenza scientifica del mondo fisico, e teniamolo bene a mente perché risulterà decisivo nella critica di Rοvelli. Val la pena di notare che negli anni successivi alla pubblicazione del suo saggio, lo stesso Jackson ha ritrattato le conclusioni schiettamente dualiste che ne aveva tratto di primo acchito, assumendo posizioni filosofiche più sfumate.

Nagel è un filosofo smaliziato, e in quanto tale evita accuratamente di assumere una posizione dualistica in merito al problema mente-corpo. Egli si guarda bene dall’affermare che esiste un’altra ‘sostanza’ oltre a quella corporea, che esiste un’anima incorporea come quella di cui parlava Galileo o una res cogitans di cartesiana memoria; anzi, egli riconosce apertamente che la coscienza è un fenomeno naturale e che la mente è collegata ai processi che si svolgono nel cervello. Tuttavia secondo lui la dimensione soggettiva della coscienza non è interamente descrivibile in termini fisici: mente e corpo sono due ‘facce’ della stessa medaglia, due aspetti di un’unica realtà. A questa teoria si fa solitamente riferimento come alla ‘dual aspect theory’. Secondo il filosofo americano, la soggettività è una proprietà reale e irriducibile, uno dei due aspetti costitutivi del mondo, non scollegato da quello fisico, ma comunque irriducibile a esso. E con questo si torna al tema centrale dell’incompletezza: una descrizione del mondo puramente fisica è irrimediabilmente incompleta perché non contempla la dimensione della soggettività e della coscienza.

Questa posizione di Nagel è stata avversata da molti eminenti pensatori, ma mi sembra che storicamente le critiche più interessanti siano sostanzialmente due. La prima è quella di Dennett [Daniel Dennett, Consciousness Explained, Little, Brown & Co. Boston, 1991], celebre alfiere del fisicalismo, il quale ha elaborato molte complesse argomentazioni volte a smontare la tesi nageliana, la più interessante delle quali è quella che critica la nozione di ‘punto di vista soggettivo irriducibile’. Secondo Dennett, Nagel confonde il giudizio sull’esperienza con l’esperienza stessa: il fatto che io non sia in grado descrivere in modo esaustivo e completo l’esperienza soggettiva di un pipistrello o di un mio simile, non significa che questa esperienza debba essere considerata ontologicamente ‘altra’, speciale e inaccessibile. Non è lecito passare da un piano linguistico (il giudizio su un’esperienza che viene descritta come ineffabile) a un piano ontologico-metafisico (definire tale esperienza soggettiva un aspetto costitutivo del mondo diverso da quello fisico).
Un’altra critica che mi pare interessante è quella elaborata da Peter Hacker da un punto di vista squisitamente wittgensteiniano [Peter Hacker, Is there anything it is like to be a bat?, Philosophy, Cambridge University Press, Cambridge, 2002]. Ludwig Wittgenstein pensava – secondo me a ragione – che la filosofia debba essere innanzitutto chiarificazione concettuale, ovvero che il suo primo compito debba essere quello di bonificare le formulazioni linguistiche ambigue che non rispecchiano alcuna realtà effettiva, ci confondono e ci inducono in errore. Ebbene Peter Hacker ha semplicemente osservato che da questo punto di vista Thomas Nagel non è affatto un buon filosofo, un buon chiarificatore concettuale. Al contrario, secondo Hacker, Nagel avrebbe contribuito a generare parecchia confusione terminologica e argomentativa attraverso un uso improprio del linguaggio naturale. Hacker si rifà ai Blue and Brown Books e alle Investigations di Wittgenstein per dimostrare che espressioni come ‘what it’s like to be a bat‘ sono mal costruite, prive di senso informativo e creano illusioni filosofiche mescolando categorie linguistiche incompatibili. In questo senso la pretesa ‘irriducibilità delle esperienze soggettive’  è un artificio linguistico, non una verità ontologica.

Carlo Rovelli tiene un pipistrello per le zampe

Immagine generata con AI gemini 3.1 / Nanobanana 2

Tutte critiche interessanti e fondate, ma chi mi ha aperto gli occhi (e spero apra anche i vostri) è stato Carlo Rovelli nel suo recente Sull’eguaglianza di tutte le cose [Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose, Adelphi, Milano, 2025], in cui finalmente si dedica esplicitamente ad argomenti di natura filosofica. Già il titolo del libro è fortemente esplicativo, visto che l’eguaglianza di tutte le cose di cui trattasi è proprio l’appartenenza di tutto ciò che esiste al regno della natura, al di là di pretese dualistiche oggi superate anche grazie agli sviluppi della fisica contemporanea. Anche la mente, la coscienza, il pensiero, l’intenzione, sono parte integrante della natura, con buona pace di Thomas Nagel, David Chalmers e tutti i loro epigoni. L’idea che l’esperienza soggettiva sia qualcosa di inaccessibile, di eterodosso, di estraneo, di altro rispetto al regno della natura cui tutto inevitabilmente appartiene è insostenibile.
Ma andiamo all’argomentazione vera e propria: Nagel sostiene che tutta la conoscenza scientifica che possiamo accumulare in merito al sistema biologico ‘pipistrello’ non sarà mai completa, proprio perché non potrà mai comprendere l’esperienza soggettiva dell’essere un pipistrello. Ma, obietta Rovelli – e qui secondo me sta la vera forza di tutta la sua critica -, in realtà questa inconoscibilità non è propria soltanto degli eventi mentali o coscienti: anche una pietra, cui certo non attribuiamo le prerogative della coscienza, è caratterizzata da processi che restano ignoti alla nostra indagine scientifica.

Non vi sono differenze a priori tra una mente, che è il nome che attribuiamo a ciò che accade ad un cervello, e una pietra, per quanto riguarda l’accessibilità per la nostra comprensione. Di entrambi abbiamo una comprensione concettuale incompleta – costruita da informazioni, conoscenze, osservazioni, misurazioni, comunicazioni, immagini, ricordi, empatia, emozioni e così via, collegati con processi nel nostro cervello. Queste connessioni ci informano sui fenomeni che chiamiamo ‘fisici’, così come sui fenomeni che chiamiamo mentali. La stessa introspezione non ci dà accesso a tutto ciò che accade nel nostro proprio cervello individuale (come osserva Spinoza nell’etica) [C. Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose, op. cit., p. 163]

Insomma, l’incompletezza della conoscenza di cui parla Nagel non appartiene affatto alle sole esperienze soggettive o fenomeni mentali. Secondo Rovelli tutta la conoscenza è sempre incompleta, “non abbiamo certezza su niente. Abbiamo indizi credibili, e questo è ciò che chiamiamo conoscenza”. Questo punto era già chiaro alle migliori menti  dell’antichità, e val la pena di citare una bella sentenza che taluni attribuiscono a Lucrezio: “Nulla vi è di certo in un mondo in cui niente è tale quale appare. L’unica cosa certa è l’esistenza di una forza oscura che rende tutto incerto” [non sono riuscito a risalire alla fonte esatta, ma l’affermazione mi sembra comunque provenire da un pensatore notevole, sia esso Lucrezio o qualcun altro].
Su queste basi la pretesa irriducibilità dei fenomeni mentali ai fenomeni fisici invocata da Nagel decade: non vi è nulla al di fuori della natura, anche i fenomeni mentali e spirituali di cui nessuno vuol negare l’esistenza, appartengono all’immenso alveo della natura, rispetto al quale le nostre conoscenze sono e resteranno sempre incomplete. Per appassionarsi al mistero non c’è bisogno di postulare alcunché al di fuori della natura, visto che quest’ultima è già ampiamente misteriosa di suo.

Certamente Nagel potrebbe obiettare che l’incompletezza di cui parla Rovelli è diversa da quella di cui parla lui, in quanto mentre il deficit cognitivo del fisico italiano è sempre di natura cumulativo-quantitativa, quello nageliano è invece qualitativo. Secondo Nagel la conoscenza che manca all’appello, ossia quella dell’esperienza soggettiva, è qualitativamente diversa rispetto a quella dell’indagine scientifica con pretese di oggettività.
Non so cosa risponderebbe Rovelli a questa osservazione, ma immagino potrebbe replicare che il mentale e la coscienza soggettiva sono qualità emergenti dell’interazione tra sistemi fisici, e che quindi, almeno dal suo punto di vista, la differenza tra quantitativo e qualitativo non è affatto dirimente. Il qualitativo emerge dal sistema di relazioni che contraddistingue il mondo studiato dai fisici e quindi non è ontologicamente diverso, fa sempre parte del sistema di relazioni che chiamiamo ‘natura’.
A questo punto Nagel potrebbe a sua volta replicare che bisognerebbe però spiegare perché certe interazioni fisiche complesse producono i fenomeni non-coscienti chiamati ‘pietra’ o ‘tapparella’, mentre altre interazioni producono l’emergenza di una esperienza soggettiva e della coscienza… E così via, non so se il gioco del batti e ribatti sia qui potenzialmente infinito o possa giungere a una qualche conclusione condivisa.

Ma a questo punto, al di là delle considerazioni strettamente metafisiche, vorrei aggiungere una notazione personale di natura pragmatica. Se anche le cose stessero come sostiene Nagel, e quindi dovessimo ammettere che le spiegazioni fisicaliste dei fenomeni mentali sono irrimediabilmente lacunose, e che quindi esiste un altro aspetto della realtà, non avulso dal mondo fisico ma comunque irriducibile a esso, che chiamiamo coscienza, o mente, o spirito, con tutto ciò cosa ci avremmo guadagnato? A cosa ci servirebbe concretamente questa ‘presa di coscienza’? La nostra comprensione del mondo avrebbe davvero compiuto un passo in avanti? E in cosa consisterebbe allora il passo successivo? Francamente mi sembra che se accogliamo la posizione di Nagel la nostra conoscenza del mondo ci guadagna ben poco, e invece continuiamo a perpetrare in modo elusivo e strisciante questo fatidico dualismo mente-corpo che arresta il corso dei pensieri invece di farli progredire.
Al contrario, Rovelli afferma che la coscienza e il mentale sono certamente aspetti rilevanti della realtà, ma che non sono affatto ‘irriducibili’ al gioco delle forze della natura. Come suggerisce il titolo del suo libro, in natura tutte le cose sono eguali, obbediscono alle stesse leggi, per quanto misteriose e complesse possano rivelarsi. In realtà tutta la conoscenza è sempre incompleta, non solo quella che indaga i fenomeni mentali.

La critica di Rovelli a Nagel ha radici profonde. Il fisico italiano osserva che tutte le pretese dualistiche si fondano sulla differenza ontologica tra osservatore e osservato, tra chi ha coscienza di qualcosa e il qualcosa di cui si ha coscienza. Tuttavia la fisica contemporanea di cui anche Rovelli è protagonista tende a mostrare che questa distinzione è artificiosa: secondo l’interpretazione relazionista della fisica quantistica ogni elemento dell’universo esiste solo quando e in quanto è in relazione con altri sistemi, e anzi sarebbe più corretto dire che propriamente esistono solo le relazioni tra le cose, tra i sistemi, mentre l’esistenza delle ‘cose’ in sé è episodica, fuggevole e secondaria. Relationes ante relata.
Naturalmente bisogna anche riconoscere che ci sono altri fisici contemporanei che traggono dalla loro disciplina conclusioni diverse da quelle di Rovelli. Tuttavia, se accogliamo il punto di vista del fisico italiano, la pretesa alterità della mente e della coscienza non ha più ragion d’essere, proprio perché la distinzione tra conoscente e conosciuto si sfarina di fronte al gioco delle relazioni di cui è intessuto il nostro mondo.  Il relazionismo della fisica contemporanea tende a dissolvere il vecchio e polveroso problema mente-corpo. Come dice Rovelli, “il malinteso di pensare il mondo standone fuori contamina sia il senso comune sia il pensiero filosofico. Noi che conosciamo il mondo e ne parliamo fra noi, siamo parti di quello stesso mondo di cui parliamo”. Con buona pace di Nagel e dei suoi simpatici pipistrelli.